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Rivista di Selvicoltura ed Ecologia Forestale
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Commenti & Prospettive

La diffusione dell’abete rosso negli ex-cedui di faggio del Parco delle Dolomiti Bellunesi

Corresponding author Gianpiero Andreatta

Corpo Forestale dello Stato - Ufficio Territoriale per la Biodiversità, v. C. Colombo, 21, 48100 Punta Marina Terme, Ravenna (Italy)

Abstract: During the last decades, in the previously coppiced beechwoods of “Dolomiti Bellunesi” National Park, an unprecedented diffusion of Norway spruce occurred; possible silvicultural options to cope with this new condition are outlined here.

Keywords: Norway spruce, Beech, Coppice, Silviculture, Dolomiti, National Park, Belluno

Citation: Andreatta G, 2008. La diffusione dell’abete rosso negli ex-cedui di faggio del Parco delle Dolomiti Bellunesi. Forest@ 5: 265-268. [online: 2008-10-10]



 

Premessa

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Negli ultimi 60 anni si sono verificati nel nostro paese dei profondi mutamenti nel rapporto tra uomo e bosco che hanno comportato, in diversi casi, profonde trasformazioni nella composizione e nella struttura dei boschi.

Facciamo riferimento, in questa nota, al caso della recente diffusione dell’abete rosso all’interno degli ex-cedui di faggio del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi (Fig. 1); caso che invita a riflessioni per rinnovate scelte gestionali.

Il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi si estende per oltre 31 mila ettari nella provincia di Belluno, fra i 400 e i 2600 m di quota. Il clima è quello di transizione tra il prealpino e l’endoalpino con precipitazioni annue che superano i 1.300 mm, a regime sub-equinoziale. I complessi boscati esistenti - estesi su quasi 16 mila ettari - comprendono varie tipologie forestali, da quelle del dal piano basale prealpino fino a quelle del limite superiore della vegetazione arborea (Del Favero & Lasen 1993 - Fig. 2). Si rimanda ad Andreatta (2007) per ulteriori informazioni sulla zona.

 

L’abete rosso nelle faggete del Parco delle Dolomiti Bellunesi: ieri e oggi

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In epoca passata, la quasi totalità delle formazioni forestali della Val Belluna è stata sottoposta a intenso sfruttamento (Crivellari 1954, Hofmann 1991). Notizie del disboscamento delle pendici di molte montagne, nelle parti più basse, si hanno già a partire dall’epoca medioevale, ma lo sfruttamento intenso iniziò sotto il dominio della Repubblica di Venezia, quando alla Serenissima erano necessarie massicce quantità di materiale legnoso e di carbone. Nel ’700, l’aumento demografico e la forte richiesta di legna da ardere e di carbone per uso industriale comportarono il disboscamento anche di molti dei versanti più alti e ripidi (Posocco 1970, Lazzarini 1998a, Lazzarini 1998b). L’intensa ceduazione dei popolamenti di faggio è proseguita anche durante il diciannovesimo secolo, come testimoniano le numerose aie carbonili tuttora visibili (Agnoletti 1993, Sief 1998).

Durante tutta la lunga fase dello sfruttamento intensivo dei cedui di faggio della Val Belluna, l’abete rosso era praticamente assente dalla faggeta. Sia perché la ceduazione e il successivo rapido sviluppo dei polloni di faggio determinavano condizioni ecologiche sfavorevoli alla rinnovazione e alla crescita della conifera, sia perché l’uomo interveniva sempre a sopprimere l’abete per favorire il faggio, a ragione del carbone e della legna da ardere che si voleva ricavare da quest’ultimo. Anche gli incendi boschivi, eventi non infrequenti nell’area (Posocco 1970), hanno rappresentato una concausa di rarefazione dell’abete rosso.

A partire dagli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, in tutti i popolamenti forestali oggi inclusi nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, dapprima per l’allungamento dei turni e in seguito per l’abbandono delle zone montane, i tagli sono stati progressivamente ridotti, sino a cessare completamente.

Con la cessazione dei tagli sono anche scomparse le cause che avevano comportato l’eliminazione dell’abete rosso dalle faggete. La conifera si è andata pertanto sempre più diffondendo e, sulla base di osservazioni dirette, la presenza dell’abete rosso interessa attualmente la quasi totalità degli ex-cedui di faggio che si trovano all’interno del Parco. La presenza della conifera può variare da poche unità sino a svariate decine di piante per ettaro; le piante si presentano in alcuni casi isolate, a volte riunite in gruppi, più o meno estesi, sia coetanei sia disetanei. Sono rappresentate un po’ tutte le classi di età, dallo stadio di rinnovazione fino a una età massima di circa 60 anni (Fig. 3).

 

Riflessioni per la gestione

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La recente diffusione dell’abete nella faggeta configura una casistica nuova che dovrà essere oggetto di studi che cerchino di interpretare le possibili dinamiche evolutive di questi popolamenti di “neoformazione” (Fig. 4).

Per quanto riguarda le opzioni gestionali, una possibile scelta è quella del “non intervento”, ovvero lasciare i popolamenti forestali alla loro naturale evoluzione. I vantaggi sarebbero quelli dell’assecondamento delle dinamiche naturali e della promozione della biodiversità; gli svantaggi, che non vi sarebbe alcuna garanzia sulle future condizioni di stabilità biologica e meccanica di queste “neoformazioni”. L’esatto contrario di questa opzione è quella che prevede il ritorno allo status quo: totale eliminazione della conifera e mantenimento in “purezza” dalla faggeta, con vantaggi e svantaggi speculari a quelli rappresentati sopra.

Anche se “estreme”, queste opzioni potrebbero trovare dei sostenitori; l’ipotesi dell’abbandono da parte della cultura ambientalista più intransigente, quella del ritorno allo status quo da parte dei proprietari ancora interessati alla funzione produttiva del ceduo, che vedono nell’abete rosso una presenza non gradita.

Un’altra opzione è quella che potrebbe essere definita come “pro abete rosso”: in questo caso, laddove, soprattutto per la scarsa densità della faggeta, la conifera sta avendo il sopravvento, si potrebbe prendere in considerazione il diradamento selettivo a favore dell’abete rosso; i casi in cui la conifera si presenta dominante nei confronti del faggio sono però ancora pochi.

In realtà, la scelta gestionale che al momento appare più opportuna, anche nell’ottica di non contrapporsi alle dinamiche in atto, è quella che può essere definita come “intervento della consociazione”, ovvero prevedere la coesistenza sulla medesima superficie delle due specie principali, favorendo la la prevalenza dell’una o dell’altra o l’equilibrio tra le due attraverso la regolazione della mescolanza specifica, a seconda del contesto. Gli interventi selvicolturali dovranno essere impostati ponendo la massima attenzione ai fattori, anche microstazionali, che possono favorire ora l’una ora l’altra specie o la coesistenza di entrambe sulla medesima superficie. Verrebbero così ottimizzati gli aspetti positivi dell’assecondare le dinamiche e le linee evolutive naturali e dell’arricchimento della biodiversità, e ridotti al minimo gli svantaggi relativi alla stabilità del bosco.

Ciò ovviamente non esclude che debbano istituiscano, contemporaneamente, aree rappresentative dove si applichi l’opzione del “non intervento” e dove si proceda a un opportuno monitoraggio delle dinamiche evolutive in atto, in grado di fornire la base conoscitiva per decidere sulle possibilità e le modalità colturali della consociazione fra faggio e abete rosso nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.

 

Bibliografia

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